3 errori da non fare con i nostri figli (5-10 anni)

In un articolo precedente Giulia ha condiviso le 3 strategie che utilizza ogni giorno con i suoi alunni, bambini dai 5 ai 10 anni.

Ho trovato i suoi consigli così utili che ho pensato di intervistarla ancora 😝.

Questa volta le ho chiesto quali sono gli errori che noi genitori facciamo più spesso, magari senza rendercene conto.

Ecco la sua risposta (come sempre ricca di spunti di riflessione):

Foto di Austin Pacheco su Unsplash

Errore #1: Non dare spiegazioni ai bambini

Tante volte i genitori dicono ai propri figli “Si deve fare così”, oppure “No, quella cosa non la devi fare”, e si limitano a questo. Non spiegano loro il perché una cosa è importante che venga fatta in un certo modo, o perché è importante non vada fatta.

Non aiutano quindi i bambini a ragionare sulle conseguenze delle azioni.

Questo sarebbe molto importante perché li aiuta non solo a creare un dialogo genitore-figlio, ma anche a riflettere sugli effetti di un determinato comportamento.

Se il bambino è abituato a capire che dietro alle cose c’è una motivazione, sarà più facile che ci dica perché ha fatto una cosa, e che si renda conto delle conseguenze che quello che ha fatto ha scatenato.

Se il bambino è abituato a capire che dietro alle cose c’è una motivazione, sarà più facile che ci dica perché ha fatto una cosa, e che si renda conto delle conseguenze che quello che ha fatto ha scatenato.

I genitori però spesso non lo fanno, e questo ha anche l’effetto negativo di dare l’idea che una persona possa dare ordini agli altri.

Foto di Allen Taylor su Unsplash

Quindi sarà anche più facile che quel bambino nei confronti dei pari sviluppi un atteggiamento di tipo autoritario, e dica ai compagni “Tu fai così”, o “Tu non fare così”.

Se i genitori lavorano in questo modo anche lui tenderà a rapportarsi con gli altri nella stessa maniera.

Errore #2: Pensare che sia il bambino a doversi adattare alle nostre esigenze

C’è anche una poesia a riguardo di Korczak: è difficile rapportarsi con i bambini, ed è vero, perché siamo noi che dobbiamo abbassarci al loro livello, mettendoci in ascolto delle loro esigenze.

Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,
farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere
obbligati ad innalzarsi fino all’altezza
dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi,
alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

Janusz Korczak

Quando ci troviamo in una situazione come può essere una cena al ristorante, una visita ad un museo, o un qualcosa di più adatto ad un pubblico adulto, non è il bambino che deve adattarsi, che deve trovare il modo per stare in quella situazione.

Noi dobbiamo farci mediatori, ed aiutarlo a farsi partecipe di quella situazione.

Quindi non possiamo pensare di portarlo con noi e di ignorarlo: “Troverà qualcosa da fare”. Dobbiamo essere noi che lo aiutiamo e cerchiamo di coinvolgerlo, anche in maniera molto semplice.

Possiamo ad esempio ascoltarlo, o chiedergli cosa ne pensa di qualcosa che vediamo, o mangiamo, o anche trasformare alcune piccole situazioni in un gioco. Alla visita al museo, per esempio, si potrebbe coinvolgerlo chiedendogli di trovare gli animali nei quadri.

Quindi è importante cercare di fargli capire che anche se in quella situazione non stiamo facendo qualcosa che è pienamente di suo gradimento, comunque è con noi, noi siamo con lui, lo consideriamo, e lo rendiamo partecipe.

È importante cercare di fargli capire che anche se in quella situazione non stiamo facendo qualcosa che è pienamente di suo gradimento, comunque è con noi, noi siamo con lui, lo consideriamo, e lo rendiamo partecipe.

Teniamo presente che il bimbo c’è, ha delle esigenze, e che non può essere lui ad adattarsi alle nostre esigenze, ma noi ad adattarci alle sue, mettendoci alla sua altezza, magari con dei piccoli sacrifici o compromessi.

Errore #3: Premiare e punire in modo generico

Foto di cottonbro su Pexels.

Premi e punizioni possono essere anche di aiuto nella pratica educativa se usati nel modo giusto.

Troppo spesso risultano generici e sganciati dall’evento che si vuole andare a premiare o punire.

Per esempio diciamo “Che bravo che sei!” senza focalizzarci sull’episodio che ci ha portati a complimentarci con il bambino. Invece potremmo dire “Sei veramente bravo a raccontare una storia!”.

Facciamo attenzione a sottolineare qual è la specifica azione che vogliamo mettere in risalto, che vogliamo premiare.

Lo stesso vale per le azioni che vogliamo criticare.

“Non ti sei comportato correttamente quando hai dato il pizzicotto al tuo compagno”, piuttosto di un generico “No, sei stato cattivo”.

Se usati in modo generico, premi e punizioni diventano dei giudizi sulla persona “Sei bravo”, “Sei cattivo”. Se usati in maniera specifica sul comportamento che si è verificato, si premia o critica il comportamento, senza mettere in discussione la persona.

Se usati in modo generico, premi e punizioni diventano dei giudizi sulla persona “Sei bravo”, “Sei cattivo”. Se usati in maniera specifica sul comportamento che si è verificato, si premia o critica il comportamento, senza mettere in discussione la persona.

È anche importante dare il premio o la critica subito dopo che si è verificata la cosa positiva o negativa: “Wow, che bello che hai aiutato Arturo!” o “Guarda, con il tuo comportamento hai scelto di non giocare qui”.

Se si dice “Questa settimana non ti sei comportato bene, quindi hai un castigo”, il bambino fa fatica a capire da dove arriva questo castigo.

Potrebbe confonderlo come un giudizio sulla sua persona, perché magari in quel giorno si è comportato bene e il castigo risale ad un episodio di lunedì. Quindi non riesce a capire che il castigo è stato l’effetto di qualcosa che ha fatto.

Grazie mille Giulia per questi preziosi consigli! 🧡 Non vedo l’ora di metterli in pratica!

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