Marco racconta il suo cammino

Avevo già in testa da qualche anno ormai il pensiero di contattare Marco, mio cugino, per intervistarlo su un tema che adoro: il cammino di Santiago.
Quando ho saputo, nel 2019, che avrebbe percorso la tratta francese per intero sono rimasta affascinata, e un po’ stupita: Marco infatti è una di quelle persone che lavora molto, si fa sempre in quattro tra casa e lavoro… Il fatto che avesse deciso di ritagliarsi almeno un mese per questa avventura mi aveva subito incuriosita positivamente.
Poi però la vita accade, e non l’ho mai “interrogato” sull’argomento.
La spinta a chiedergli di sottoporsi ai miei ferri😬 è arrivata questa primavera, quando ho scoperto che si rimetteva in cammino, questa volta anche con sua mamma e sua zia.
Sono davvero felice che Marco abbia accettato di coinvolgerci in queste sue preziose esperienze: ne è venuta fuori un’intervista carica di spunti di riflessione, e momenti di tenera ironia ⭐️
Cosa ti ha portato a fare il tuo primo cammino di Santiago?
Sono partito solo ed esclusivamente per quello: niente di spirituale, avevo solo l’idea “Se ce l’ha fatta Mattia ad aggrapparsi ad un utero debole, ce la farò a fare 900 km a piedi”. E così è stato.
E da lì poi mi sono appassionato alla filosofia del cammino.

In pochissimi sanno veramente perché l’ho fatto.
Sapevo che esisteva il cammino di Santiago, ma niente di più.
Nel 2016, durante la seconda gravidanza di Debora (la moglie, ndr), c’è stato un principio di aborto spontaneo. Debora è rimasta bloccata a letto per tre mesi, perché rischiava di perdere il bambino; alla fine il buon Mattia è nato, vispo e in salute.
Non sono cattolico né praticante, però, per qualche ragione a me sconosciuta, in quel periodo è nata l’idea che se fosse andato tutto bene, avrei pagato “pegno”.
Sono partito nel 2019, quindi è stata una scelta che è maturata in tre anni: per prepararmi bene, documentarmi, scoprire tante cose nuove.
Mattia di secondo nome fa Giacomo: io avevo un debito con Santiago, che tradotto è proprio San Giacomo.
Sono partito solo ed esclusivamente per quello: niente di spirituale, avevo solo l’idea “Se ce l’ha fatta Mattia ad aggrapparsi ad un utero debole, ce la farò a fare 900 km a piedi”. E così è stato.
E da lì poi mi sono appassionato alla filosofia del cammino, perché se anticamente era un pellegrinaggio, poi nel corso degli anni si è trasformato per i carcerati come una via di salvezza -il mio pegno: se riuscivano a farlo, erano liberi.
E quindi a forza di leggere e documentarmi, mi sono proprio immedesimato in quello che dovevo fare: dovevo pagare pegno, e così ho fatto. E spero di averlo fatto al meglio.

Cosa ti ha dato questo tipo di viaggio, ché ti ha portato a volerlo ripetere?
Ho passato paesini in cui non sarei mai passato in macchina. Si riesce ad apprezzare qualunque posto, qualunque luogo: la fontana, la chiesa, la piazza, il bar… hanno tutto un altro sapore. Le sensazioni sono diverse.
Fai una tappa lunghissima sotto la pioggia e arrivi all’ostello? Quell’ostello lo ricorderai a vita.
Chiunque faccia un viaggio così se ne innamora -almeno io parlo sempre di un cammino completo, di cui sono un grande sostenitore.
(Negli ultimi anni infatti è diventato praticamente una moda: per avere la Compostela basta fare gli ultimi 100 km, e organizzano viaggi con tanto di pullman e trasporto zaini. Quello secondo me non è il cammino, ma il business che si è evoluto negli ultimi anni.)
Dopo la prima esperienza riparti perché ti manca: come quando vai al mare, ti piace il posto, ci sei stato benissimo e vuoi ritornarci.
In cammino ho creato delle amicizie vere, con dei perfetti sconosciuti. Nel primo cammino, ad esempio, ho conosciuto un gruppo di persone, con cui tuttora ci sentiamo quotidianamente, e ci troviamo una volta l’anno per fare un pranzo insieme.

Si instaura in poco tempo un’amicizia che sarebbe impossibile creare nella quotidianità. Il rapporto che ho con le persone che ho conosciuto in cammino in un arco di tempo che varia dai 15 giorni al mese, nella vita reale ci vorrebbero anni per instaurarlo.
Oltre al legame speciale che si crea con i compagni pellegrini, anche i luoghi mi hanno spinto a rimettermi in cammino. Girare un paese a piedi è il mezzo secondo me più bello per esplorarlo per davvero.
Ho passato paesini in cui non sarei mai passato in macchina. Si riesce ad apprezzare qualunque posto, qualunque luogo: la fontana, la chiesa, la piazza, il bar… hanno tutto un altro sapore. Le sensazioni sono diverse.
Fai una tappa lunghissima sotto la pioggia e arrivi all’ostello? Quell’ostello lo ricorderai a vita.
Il cammino ti ha cambiato? Se sì, come?
In cammino si è tutti uguali: vecchi e giovani, ricchi e poveri. Devi solo camminare, devi fare la tappa, devi andare avanti, nel bene o nel male.
Il cammino mi ha dato la certezza di quello che sono, rafforzando la mia consapevolezza che alla fine siamo tutti uguali.
La differenza tra un pellegrino ricco e un pellegrino povero lì non c’è: lo zaino pesa 10 kg a me, 10 kg al miliardario; pesa 10 kg al giovane e 10 kg al vecchio. Quando sei sotto la pioggia, l’acqua ti arriva sia se stai mentalmente bene, sia se stai soffrendo.
Quando sei lì, che hai il tuo zaino e le tue gambe, sei uguale per tutti.
Alla sera si dorme tutti assieme, si mangia tutti assieme.
Non c’è la diversità che nella società moderna è palese: nel vestire, nelle scarpe, nella macchina, nell’appartamento, nella villa.
In cammino si è tutti uguali: vecchi e giovani, ricchi e poveri. Devi solo camminare, devi fare la tappa, devi andare avanti, nel bene o nel male.
Inoltre il cammino mi ha dato la possibilità di approcciarmi con persone diverse, con pensieri diversi: mi sono messo in gioco molto più di quanto mi porti a farlo la quotidianità.

Il non tornare mai indietro: non è come come nella quotidianità che parti, vai, e torni. Lì si parte, e si va sempre avanti. Quello che lasci, lo lasci, e prendi solamente quello che viene dopo, che potrai amare o non amare. E vai avanti.
Un altro aspetto che adoro del cammino è la necessità di adattarsi, cosa che per fortuna mi viene naturale: alla fine parti con uno zaino, con poche cose perché sennò arriva a pesare troppo, e ti trovi a dover fare tutto con poco.
Penso che per le persone la mancanza dei comfort, la mancanza della quotidianità possa essere un grande beneficio.
Insomma, ogni cammino è un’esperienza unica, per i paesaggi, gli incontri, le situazioni, i pensieri.
Quello che mi ha dato me lo sono tatuato: l’adattarsi, il continuo mettersi in gioco, il sapere da dove parti, ma non dove finisci.
Il non tornare mai indietro: non è come come nella quotidianità che parti, vai, e torni. Lì si parte, e si va sempre avanti. Quello che lasci, lo lasci, e prendi solamente quello che viene dopo, che potrai amare o non amare. E vai avanti.
Quali cammini hai fatto?
Qualunque cammino si vada a fare, non si può essere preparati fisicamente a tutti gli imprevisti. Bisogna avere lo spirito e la testa più concentrati delle gambe.

Il cammino francese
Parte da Saint-Jean-Pied-de-Port, ultima cittadina in Francia prima di scavalcare i Pirenei, per poi percorrere tutto il nord della Spagna. Passa in tantissime grosse città che fino a quel momento mi erano sconosciute, delle Metropoli medievali e barocche stupende, per poi finire ovviamente a Santiago, oppure all’oceano.
Il primo l’ho fatto nel 2019: ho percorso tutto il cammino francese -il più battuto, affollato, sentito- in 30 giorni.
È organizzatissimo, dato l’ingente numero di persone che camminano ogni anno.
Parte da Saint-Jean-Pied-de-Port, ultima cittadina in Francia prima di scavalcare i Pirenei, per poi percorrere tutto il nord della Spagna. Passa in tantissime grosse città che fino a quel momento mi erano sconosciute, delle Metropoli medievali e barocche stupende, per poi finire ovviamente a Santiago, oppure all’oceano.
Il cammino francese è un cammino impegnativo: ha molti dislivelli, si valicano diverse montagne (i Pirenei, ad esempio, il primo giorno). Non è proprio un cammino da fare se non si è preparati sia fisicamente che mentalmente.

È un continuo altopiano: non si scende mai sotto i 400 metri. Si possono trovare tutte le condizioni meteo: dalla neve, al vento, alla brina, al caldo torrido.
Ci sono le famigerate “mesetas”, che non sarebbero nient’altro che delle pianure in alta quota, senza assolutamente niente. Trovi solo il sole, se è una giornata limpida, o l’acqua, se piove.
Però offre paesaggi unici: si parte dalla Francia, con un paesaggio, e si arriva a Santiago sul mare, sopra al Portogallo. Si ha una varietà paesaggistica enorme: sono 900 km, quindi è come partire dal nord d’Italia e arrivare fino alla Puglia. I paesi cambiano radicalmente, dalla coltivazione alla vegetazione: dai pini dei boschi nei Pirenei agli eucalipto che trovi in Galizia.
Il cammino portoghese
L’arrivo al faro di Finisterre per me è stato quasi più emozionante che arrivare in cattedrale a Santiago: è la fine di tutto.

Invece post COVID, due anni fa, ho fatto Lisbona-Porto: tutto un altro percorso, tutto un altro paese. Non è più Spagna ma Portogallo.
E quest’anno, assieme a mia mamma e mia zia, ho fatto il pezzo mancante da Porto a Santiago, per poi proseguire fino a Muxia e a Finisterre, punto del famosissimo km 0 dove finisce qualsiasi cammino.
Il cammino portoghese, partendo da Lisbona e arrivando a Santiago, è un cammino molto più piatto: non ha tante pendenze, non si erge in chissà che escursioni di boschi o quant’altro.
È sempre in mezzo alla vegetazione -prati e piccoli boschi. Per un po’ più della metà il sentiero è sterrato, di terra battuta; ci sono poi vecchie strade romane fatte con i sanpietrini, e tanto asfalto: si incontrano infatti molte più città, più paesini -a differenza del Francese.
Però è un po’ meno organizzato del francese: da Lisbona a Porto devi organizzarti come puoi. Ci è capitato addirittura di dover prenotare un appartamento su Booking altrimenti non sapevamo dove dormire.
Ha tappe molto più lunghe: fai una media di oltre 30 km al giorno per trovare il paese che ti dà ospitalità. Nel francese, invece, puoi fermarti anche ogni 5 km volendo: ogni borgata, ogni paesino ha degli ostelli (i cosiddetti “albergue”, ndr).
Paesaggisticamente ho preferito il francese, senza nulla togliere al portoghese: cambia il paesaggio, cambia la gente, cambia il modo in cui le persone vivono (nel cammino francese prima delle 9 di mattina non c’è un bar aperto, nel portoghese alle 7 è già tutto vivo), cambia il cibo.

Da Porto a Santiago comincia a essere più improntato verso i pellegrini: non ti perdi mai, a differenza di prima. E trovi da dormire quasi dappertutto, anche se ha sempre tappe lunghe.
Non è elevato e quindi fa molto più caldo. Ho fatto tutti i cammini tra aprile e maggio, ed il clima è totalmente diverso: sono partito con lo scaldacollo nel francese, e nel portoghese non ho mai messo i pantaloni lunghi.
Fino a Santiago è molto meno impegnativo del francese: sono 640 km al posto dei quasi 800.
Nell’ultimo cammino abbiamo aggiunto il tratto da Santiago a Finisterre. L’arrivo al faro di Finisterre per me è stato quasi più emozionante che arrivare in cattedrale a Santiago: è la fine di tutto.
Qualunque cammino si vada a fare, non si può essere preparati fisicamente a tutti gli imprevisti. Bisogna avere lo spirito e la testa più concentrati delle gambe. Nessuno cammina più 30 km al giorno, e basterebbe una storta, un piede messo male, le famose vesciche -che per fortuna non ho mai avuto- per minacciare la continuazione del cammino.
A chi consiglieresti di fare il cammino?
Lo consiglio a tutti quelli che vogliono mettersi in gioco, e fare un’esperienza vera: partire con l’obiettivo di arrivare, non sapere cosa si fa il giorno dopo, adattarsi con le poche cose che ti porti dietro, fare 30 giorni da solo…

Lo consiglio a tutti quelli che vogliono mettersi in gioco, e fare un’esperienza vera: partire con l’obiettivo di arrivare, non sapere cosa si fa il giorno dopo, adattarsi con le poche cose che ti porti dietro, fare 30 giorni da solo…
(Il partire da solo lo consiglio, perché rende proprio l’esperienza viva: ti dà il senso di dire “Ce l’ho fatta, e se faccio questo, riesco a fare tante altre cose”)
In particolare incentiverei i giovani a mettersi in cammino, magari alla fine della scuola, a 18-20 anni, o anche a 30 anni.
Rinunciare alle comodità, dirsi “Ok, devo spendere 10 euro al giorno per dormire; devo andare a ricercare un posto dove dormire e lavarmi; devo trovare la lavanderia; devo organizzare la tappa…”, è una meravigliosa sensazione di indipendenza per un giovane.
Il cammino con la mamma e la zia
Volevo permettere loro di avere quella solitudine, quelle ore di vuoto mentale da poter dire “Non ho niente da fare, cammino e basta”. Ad un certo punto cominci a pensare a delle cose che non avresti mai pensato nella quotidianità. E arrivi a pensare anche al nulla: cammini, e guardi, e non pensi a nulla.

Per scelta ho voluto fare i cammini sempre da solo.
Già c’è la difficoltà di fare tutti quei chilometri al giorno, lontano da casa… non volevo aumentare il rischio di dovermi fermare. Ho conosciuto infatti diversi gruppi che si sono persi, si sono arresi, perché una persona si era fatta male ad un piede: io questo lo volevo evitare.
Inoltre da solo secondo me vivi il cammino in modo più interiore, riflessivo, concentrato, e hai la possibilità di metterti molto di più in gioco: nessuno ti conosce, e devi farti apprezzare o odiare -ognuno fa quello che vuole- in prima persona.
E poi io ho il mio passo, che può essere veloce, può essere lento.
Portare via la mamma e la zia è un’idea che mi è venuta alla fine del secondo cammino, a Porto.
Mia mamma non me l’ha mai detto, ma sapevo che mi ha sempre invidiato per aver intrapreso il cammino. Compiva 60 anni: non c’era un regalo migliore da farle!
È stata una scelta ponderata: poteva andare bene, com’è andata quest’anno, ma poteva andare malissimo. Lei era preparatissima, però basta poco a volte: non volevo dover abbandonare il mio cammino per una scelta fatta da me, dato che ho deciso io di invitarla.
Non la metterei sul piano sentimentale, nel senso che il rapporto che ho con mia mamma non è proprio di quelli che si vedono nei film (ride, ndr).

Abbiamo fatto il cammino assieme, anche se non l’abbiamo fatto assieme. Ho preferito lasciare lei e la zia con il loro passo, con le loro pause. Io avevo il mio. Ci si incontrava a metà della tappa per fare merenda insieme, e dopo ci si riuniva a fine tappa.
Perché l’ho fatto? Volevo permettere loro di avere quella solitudine, quelle ore di vuoto mentale da poter dire “Non ho niente da fare, cammino e basta”. Ad un certo punto cominci a pensare a delle cose che non avresti mai pensato nella quotidianità. E arrivi a pensare anche al nulla: cammini, e guardi, e non pensi a nulla.
Magari in compagnia la tappa sarebbe stata più lieta e rumorosa, ma alla fine si chiacchierava dopo. Ci si raccontava com’era andata la tappa, cosa avevamo visto… il momento di aggregazione c’era.
Però durante quelle ore in cammino avevo piacere che lei e mia zia provassero quello che provavo io da solo. Magari non era quello il loro obiettivo, ma ho visto che alla fine erano abbastanza provate, sì, però soddisfatte.
Secondo me, è stato bellissimo.
Detto questo, non proverò più a portare dietro mia madre. Non perché la odi, ma mi è andata bene una volta sola, e voglio mantenerla viva e vegeta (ride, ndr).
Se vorrà intraprendere un altro cammino da sola, o in compagnia -come ha già preannunciato che vorrebbe fare l’anno prossimo, o addirittura alla fine di quest’anno- ben venga! Le darò volentieri una mano ad organizzare.
Hai già in programma altri cammini?
E quindi ho pensato, durante i vari km, che mi piacerebbe, dopo aver portato via due adulti, provare a portare via due bimbi.

Ho questa mezza idea -malsana (ride, ndr)– di provare a fare un cammino, quello inglese -sui 110 km quindi brevissimo- con i miei due bambini.
Avere le due vecchiacce, come le chiamavo io (ride, ndr), al seguito mi ha dato una responsabilità in più che non avevo mai provato nei cammini precedenti. Dovevo in qualche modo badare a qualcun altro: ero io che trovavo i bar, i ristoranti, e gli alloggi, che sapevo quanti chilometri dovevamo fare…
Avevo questo peso che mi portavo sulle spalle oltre allo zaino, e quando andavo a letto si volatilizzava, fino al mattino dopo. Non era male come sensazione: era un po’ un misto tra la quotidianità e la vacanza.
E quindi ho pensato, durante i vari km, che mi piacerebbe, dopo aver portato via due adulti, provare a portare via due bimbi. Chiaro che sarebbe diverso: loro sì che dipendono totalmente da me.
Però, come tutti i bambini, si adattano a tutto: non fanno scenate se mancano le comodità.
Secondo me sarebbe un’esperienza unica, anche se fisicamente e psicologicamente molto impegnativa. Ed è questa consapevolezza che mi porterebbe a scegliere di fare un percorso molto più breve, e stare lì solo 10 giorni.
Ecco… quindi forse, dico forse, questo sarà il mio prossimo cammino.
Concludo dicendo “Buen Camino” e “ultreya” a tutti!

Grazie mille Marco per questa tua meravigliosa testimonianza! Ci risentiamo allora per il sequel quando finirai il cammino con i tuoi due figli 😝
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