Perde la mamma quando ancora ragazzina

Conosco Elena dalle scuole superiori: ho avuto il piacere di condividere con lei gli anni dell’adolescenza. E non solo, per fortuna! Dopo più di 15 anni, ci sentiamo e vediamo ancora.
Elena mi ha sempre affascinato, perché ha un carattere davvero multisfaccettato.
Colpisce subito con quella sua ironia tagliente e sbarazzina, che di solito non ci si aspetta da una ragazza.
È molto diretta, con gli altri così come con se stessa, ma dice le cose in un modo che non offende: riesce in qualche modo a farti prendere le cose con più leggerezza, a farti mettere in gioco.
Allo stesso tempo, però, è anche incredibilmente empatica e dolce: ci sono poche persone con cui io riesca ad aprirmi come faccio con lei. Non giudica, semplicemente ascolta.
Ecco, proprio per questi motivi ho deciso di chiederle se potessi intervistarla su un tema decisamente delicato: sapevo che se non avesse voluto, me lo avrebbe detto senza problemi e senza risentirsene; se invece avesse accettato, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di prezioso.
Ed ha accettato
Riesci a raccontare cosa ti è successo?
Quando mi è stato fatto capire che la situazione si era aggravata e che forse non ce l’avrebbe fatta, non ci ho pensato.
Perché a 16 anni non pensi che la gente vicino a te possa morire. O almeno, io non lo pensavo.

Sì, oggi ci riesco. Se tu me lo avessi chiesto poco dopo l’avvenimento, ti avrei risposto che stavo bene, che andava tutto bene.
Mia mamma ha iniziato a stare male quando ero in prima media.
Diciamo che inizialmente, siccome avevo solo una decina d’anni, la mia famiglia è stata molto vaga su qual era il problema.
Sapevo che mia madre era stata operata, che aveva dei problemi al seno, però non mi era stato chiarito quale fosse l’entità del problema.
Man mano crescendo sembrava che la cosa fosse rientrata, che con i cicli di chemioterapia la situazione si fosse stabilizzata.
Poi però, come in molte occasioni capita, il tumore -perché questo era fondamentalmente il problema: mia mamma aveva un tumore al seno- si è ripresentato, e si è ripresentato più aggressivo, colpendo anche le ossa.
Finché nel 2005 -all’epoca avevo 16 anni ancora- alla fine è morta per questa malattia degenerata.
Questo è quello che so io in soldoni, perché devo dire che non ho mai chiesto per la precisione cosa è successo.
Questi sono i fatti. Elena all’epoca capiva fino ad un certo punto.
Quando mi è stato fatto capire che la situazione si era aggravata e che forse non ce l’avrebbe fatta, non ci ho pensato. Perché a 16 anni non pensi che la gente vicino a te possa morire. O almeno, io non lo pensavo. Soprattutto perché mia mamma aveva solo 50 anni, e l’aveva già superato una volta: non me l’aspettavo.
Cosa ti ha aiutata ad affrontare il dramma?
Ho una grande fortuna, che è mio padre: è una persona meravigliosa, anche se non glielo dico abbastanza spesso. Mi ha fatto da padre e da madre.

Devo dirti la verità: non ne ho più pallida idea (sorride, ndr).
Sicuramente mi ha aiutato mio padre, senza farmi pesare il fatto che mi stava vicino, anzi.
Ho una grande fortuna, che è mio padre: è una persona meravigliosa, anche se non glielo dico abbastanza spesso. Mi ha fatto da padre e da madre, assieme a mia zia, la sorella di mia mamma. Lei mi è stata vicinissima -anche esageratamente vicina (ride, ndr)- e mi ha aiutato come se fossi sua figlia. Mi ha trattato esattamente al pari dei suoi figli, quindi per me è un po’ la seconda madre.
In quel preciso momento della mia vita, credo che a superare l’adolescenza mi abbia aiutato -che non so se fosse un aiuto o un aggravare le cose in realtà- il fatto di negare ciò che era successo.
Le persone intorno a me in quel momento, e nei due tre anni prima della fine delle scuole superiori, sapevano cosa mi era successo, e quindi non dovevo dare delle spiegazioni.
Anche le poche persone che ho conosciuto che non facevano già parte della mia cerchia di amici, erano venuti già a conoscenza dell’accaduto, vivendo io in una piccola cittadina dove le voci circolano piuttosto facilmente: non ho mai dovuto dare delle grosse spiegazioni.
Ricordo solo un po’ di volte in cui a domande come “Ah, ma che lavoro fanno i tuoi genitori?”, io rispondevo come se mia madre ci fosse ancora.
Perché? Adesso mi dico perché non volevo dare spiegazioni, all’epoca probabilmente il primo motivo era perché non volevo pensarci, perché volevo far finta che tutto andasse bene, che tutto fosse normale.
Non è un meccanismo giusto, me ne rendo conto, però probabilmente in quel momento mi ha aiutato a vivere quegli anni di adolescenza che mi separavano dalla consapevolezza in modo -vorrei dire- normale.
Cosa invece non rifaresti?
Non cercherei di negare il gigantesco lutto, il gigantesco vuoto che avevo dentro, per poi trovarmi in seguito con un peso molto più grosso da portare avanti.

Esattamente questo, ossia negare il problema. Non cercherei di negare il gigantesco lutto, il gigantesco vuoto che avevo dentro, per poi trovarmi in seguito con un peso molto più grosso da portare avanti.
Magari avrei iniziato un percorso di analisi, di psicoterapia, prima: appena successo o qualche mese dopo.
Invece ignorando la cosa, poi mi sono trovata alla fine delle superiori, quando ho cominciato a frequentare l’università, in una situazione nuova e a dovere -un po’ come è normale che sia- ricominciare la mia vita.
In quel momento, quando sono uscita della comfort zone che mi ero creata, dove non dovevo spiegare niente a nessuno, dove la mia vita poteva andare avanti normalmente, mi sono trovata a dover affrontare dei cambiamenti che mi hanno portata ad andare in panico.
Quando mi sono trovata nella situazione di essere messa di fronte a quella che era la mia vita effettivamente in quel momento, quello è stato il momento in cui sono crollata.
Mi sono resa conto di essere all’inizio di una fase di depressione, diciamo una depressione mista al post adolescenza, che già di per sé non è un gran bel periodo (ride, ndr): mi sono chiusa in casa, non volevo vedere nessuno.
Mi trovavo in quello stato a 19 anni, quando uno dovrebbe essere sempre in giro, sempre a vedere persone, a spaccare il mondo: ho capito che avevo un problema.
Sono stata io a dire a mio padre: “Guarda, papà, che ho bisogno di un percorso di terapia”.
Discorso mai affrontato prima: per lui era una cosa un po’ particolare, il suo approccio è un po’ old school (sorride, ndr).
Però in quel momento ha capito, e così ho cominciato un percorso per affrontare il dramma.
Quindi sicuramente quello che non rifarei, è ignorare il problema: lo affronterei subito. Magari mi avrebbe dato dei turbamenti nell’immediato, però un po’ più piccoli rispetto alla massa che mi ero portata avanti.
Cosa diresti alla Elena che ha appena perso sua mamma?
Non le direi che tutto passa, perché non è che passa o che non te lo ricordi più, però che tutto trova il giusto posto nella vita.

Non le direi che tutto passa, perché non è che passa o che non te lo ricordi più, però che tutto trova il giusto posto nella vita.
Che probabilmente se non mi fosse successo quello che mi è successo, se non avessi vissuto un grande lutto a quell’età, sarei una persona diversa.
Alla tenera età di 35 anni, con la consapevolezza che ho adesso, credo che tutto sommato la persona che sono diventata non mi dispiace, e probabilmente lo devo anche un po’ al mio vissuto.
Mi ha creato sì un’emotività esagerata a volte, però allo stesso tempo mi ha aiutato nell’atto dell’empatia, nel capire o provare a capire il dolore degli altri, avendolo provato a mia volta.
E forse mi ha insegnato anche a tirarmi su. Volente o nolente. Perché a volte per delle cavolate ci abbattiamo -non ci rendiamo conto che sono cavolate, perché in quel momento sembrano cose gigantesche- però poi ci pensi e dici “Vabbè insomma, ho passato dell’altro. Mi rialzo. Questo non è importante, vado avanti”.
Probabilmente quello che le direi è “Devi passare per un vortice emotivo terribile, però alla fine qualcosa ne uscirà, e la persona che diventerai si renderà conto che il percorso ha avuto anche dei risvolti positivi.”
Chiaro che era meglio se non succedeva! Però visto che non si possono cambiare i fatti, cerchiamo di tirarne fuori degli insegnamenti.
Qual è il più grande insegnamento che ti ha lasciato tua mamma?
Una cosa in particolare che mi ricordo che mi ha sempre detto da quando ero bambina, da che ho dei ricordi, è “Non pensare che perché sei una donna tu valga meno e abbia meno diritti e doveri rispetto ad un uomo”.

Mia mamma era -vabbè ora piango- era una bella persona.
Io me la ricordo come una persona molto attiva, molto energica, molto propositiva, che teneva banco, come si suol dire.
Era una sessantottina nell’anima, una femminista convinta.
Aveva una risata pazzesca: quando rideva la sentivi a 12 km di distanza -un po’ l’ho presa anch’io questa cosa, devo dire la verità (confermo! ndr).
Una cosa in particolare che mi ricordo che mi ha sempre detto da quando ero bambina, da che ho dei ricordi, è “Non pensare che perché sei una donna tu valga meno e abbia meno diritti e doveri rispetto ad un uomo”.
“Comportati sempre allo stesso modo in cui faresti se tu fossi un uomo”, mi diceva. “Non aspettarti niente di diverso dal mondo di quello che si può aspettare un uomo. Se sei donna niente ti dovrebbe essere precluso: quindi se vuoi un lavoro, se vuoi una posizione, puoi averla. Allo stesso modo, non nasconderti dietro al tuo essere donna, perché “Oddio sono donna, non posso lavare la macchina!”
E questo probabilmente nella vita mi ha segnato tanto, perché è una cosa che per me è super importante, il dire “Ok, sono donna, ma questo non fa differenza, nel senso che è al massimo una cosa in più, non deve diventare un problema, e neanche una scusa“. Perché ogni tanto noi donne ci nascondiamo dietro al fatto che “eh ma sono donna, non posso”, “sono donna quindi non me lo fanno fare”, e invece in un modo o nell’altro ci si può riuscire.
C’è un altro insegnamento che mi ha sempre fatto tanto ridere da piccola, ma che ora capisco quanto sia importante: ogni tanto la vedevo allo specchio che si diceva “Io mi voglio bene”.
All’epoca pensavo “Questa è matta!” (ride, ndr).
Ora, avendo preso l’autostima di mia mamma -di fatto inesistente (ride, ndr)- mi rendo conto di quanto bisogni certe volte mettersi a faccia a faccia con noi stessi.
Ogni tanto posso dimenticarmelo, però poi alla fine devo ricordarmi di volermi bene, e che le scelte che faccio devono essere per il mio bene, non solo per il bene degli altri, e che ho un valore nel mondo.
Ecco, queste sono le cose che più mi sono rimaste impresse e che ricordo nitidamente. Poi ero ancora piccolina, quindi capivo fino a un certo. Certe cose l’ho capito solo poi nella vita il perché me le dicesse.

Come ti ha cambiato quello che è successo?
L’aver vissuto in un’età in cui cominci ad avere un po’ di consapevolezza un evento così, oltre che drammatico, proprio emotivamente impegnativo, forse mi ha sviluppato in particolar modo il lato emotivo, il che è un bene ed è un male a volte, perché mi si dice che piango sempre (sorride, ndr).
Io sono figlia unica. In quanto figlia unica, avuta comunque in tarda età, perché i miei erano grandicelli, sono stata tendenzialmente viziata. Non viziatissima -ho visto di peggio- ma abbastanza viziata.
Forse questa situazione mi ha un po’ smussato quell’essere viziata, nel senso che ad un certo punto al mio essere figlia unica è subentrato il fatto che mio padre era genitore unico (sorride, ndr).
Quindi da parte mia ho cercato non solo di crescere io, ma anche di stare attenta a mio padre, nel senso di cercare di stargli vicino. L’ho fatto senza rendermene conto, perché sono cose che ti vengono magari un po’ spontanee.
Poi sono rimasta comunque con un carattere un po’ fastidioso, eh! Il mio povero genitore ne ha passate di tutti i colori (ride, ndr). Però ho cercato di spendermi un po’ di più, e non dare le cose per scontate, come si tende a pensare faccia un figlio unico, che ha tutte le attenzioni, che ha tutti i vizi.
Quindi forse mi ha aiutato ad essere più altruista. anche per il fatto di dire “Ok, finisco le superiori e poi vado a lavorare e mi mantengo. Non voglio pesare su mio padre che comunque è da solo.”, “Faccio la mia vita però mi sento in colpa se poi torno a casa troppo tardi la sera.”
L’ho fatto a volte, e ho fatto le mie litigate, però comunque cercando di non pesare troppo su di lui.
Cosa faresti se potessi stare un pomeriggio con tua mamma ora?
Intanto la porterei al bar a bere il caffè, perché beveva due milioni di caffè.

Intanto la porterei al bar a bere il caffè, perché beveva due milioni di caffè.
Poi penso che chiacchiererei, le chiederai come mi vede, se sono diventata come lei si aspettava che sarei diventata. Secondo me sì: a parte che fisicamente, di viso siamo uguali (vedi foto sotto, ndr).
Anche questa cosa che ogni volta che mi guardo allo specchio, la vedo, ha uno strano effetto. Non oso immaginare quanto possa far strano a mio padre vedere mia madre ogni volta che mi vede.

Forse è più una mia curiosità, capire se rispecchio quello che lei si aspettava, anche a livello di vita, di quello che ho fatto, delle mie scelte.
Sai, alla fine con i genitori c’è sempre un confronto su tutto, perché ogni scelta che fai, anche quando hai 90 anni se i tuoi genitori ci sono ancora, la discuti con loro, li rendi partecipi. Loro hanno sempre la loro opinione in merito, per quanto magari poi ti lascino carta bianca; almeno con mio padre è stato così.
Sarei curiosa di sapere se le cose sarebbero andate nello stesso modo con lei presente, che opinione avrebbe avuto. Poi avrei fatto comunque le stesse scelte magari, però chiacchiererei per vedere cosa ne pensa di me.
Alla fine l’ho persa in un periodo in cui cominciavo ad aver bisogno di una figura femminile di riferimento. Durante l’infanzia sono sempre stata molto attaccata a mio padre. Nel momento in cui ho cominciato a diventare una donna, avrei avuto bisogno della figura femminile, o comunque di una figura materna che mi guidasse.
Quindi se potessi passarci un pomeriggio assieme ora, cercherei di confrontarmi con lei su tutta questa vita che ho fatto senza di lei al mio fianco.
Grazie, Elena, per questa tua meravigliosa testimonianza. Non ho avuto il piacere di conoscere tua mamma, ma penso di non sbagliare se ti dico che sarebbe orgogliosa della persona che sei diventata.
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